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ovvero Le luci della ribalta


Diario


30 dicembre 2009

Paolo Sorge's Tetraktys

Prima di parlare dei Tetraktys, in concerto presso il Palazzo Biscari a Catania nell'ambito della XXXV stagione musicale dell'Associazione Musicale Etnea, è doveroso un avvertimento: il nome dell'ensemble é un manifesto che disorienta, lo splendido salone barocco che li ha ospitati una contraddizione. Laddove la rappresentazione grafica del tetraktys rimanda all’armonico mondo matematico e pitagorico, la musica del gruppo di Paolo Sorge è inafferrabile e indefinibile, spigolosa e iconoclasta. Laddove il fastoso barocco e i ricchi decori della sala rimandano ad un classicismo di maniera, tipico dei concerti da camera, i brani suonati dai Tetraktys sono avanguardisti e anticlassicisti.

 

È bene che gli ascoltatori si abituino alle contraddizioni perché costituiscono una delle caratteristiche del gruppo: un nome che rimanda alle speculazioni pitagoriche, che rimanda ai primi quattro numeri naturali ma che è rappresentato in forma di triangolo; grande rilievo all’improvvisazione, alla fantasia dei musicisti e parimenti grande rigore formale; sperimentazioni e studi sull’armonia e rinnegamento di essi. Del genere cameristico, cui hanno fatto riferimento i critici, conservano, oltre alla intrigante scelta di uno spartito per archi, oltre alla splendida location, l’atteggiamento e l’eccellenza tecnica e musicale. Dell’avanguardia musicale hanno tutto l’ardimentoso sperimentalismo.

 

Quindi non un quartetto d’archi (anche se Mazzù ha poco ortodossamente usato un rudimentale archetto sul suo strumento – altro fuorviante rimando al rock dei Led Zeppelin) ma un quartetto di chitarre diverse una dall’altra, diverse per sound e per contributo. Tetraktys è un progetto musicale ideato da uno dei più apprezzati nomi del jazz in circolazione, Paolo Sorge, e da altri tre eccezionali musicisti diversi per esperienza e formazione, Fabrizio Licciardello, Giancarlo Mazzù e Enrico Cassia. Ognuno di loro è responsabile, in maniera diversa e complementare, dell’alchimia prodotta dallo straordinaria fusione di quattro chitarre che si alternano tra interpretazione della scrittura e improvvisazione, nel più cosciente e orgoglioso spregio dell’armonia classica.

 

Tra i brani, tutti di impatto e tutti dalla notevole complessità, oltre alla affascinante trascrizione del quartetto per archi op. 10  di monsieur Debussy (rimando alla “vocazione cameristica” del gruppo), un brano di Giancarlo Mazzù (Day of miracles), uno di Enrico Cassia (Chiovi, il bis che il gruppo ha concesso alla platea), alcune composizioni di Fred Frith, uno dei maggiori compositori contemporanei e grande “esploratore” della chitarra come anche l’americano Elliott Sharp, autore dell’oscuro, enigmatico primo brano della serata (Bubblewrap – le “bolle” della plastica da imballaggio) che ha fugato agli spettatori ogni dubbio sul coraggio e sulla credibilità del progetto di Paolo Sorge. In scaletta anche due brani del chitarrista catanese, Spring changes e Slonimsky’s domino, brani che a mio avviso rappresentano i due poli verso cui si orienta l’anima del gruppo: la perenne tensione tra il rigore della sperimentazione armonica (Slonimsky fu l’inventore di un sistema per ricavare scale armoniche da forme geometriche) e la fluttuante eruzione emozionale dei suoni in accordo e conflitto tra di loro.



(Da sinistra Paolo Sorge, Giancarlo Mazzù, Fabrizio Licciardello, Enrico Cassia)

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